Il teatro come infrastruttura inclusiva: l’impegno AEFT per una cultura della partecipazione
La Giornata Mondiale sulla Disabilità non è un appuntamento celebrativo, ma un promemoria collettivo: ricorda che un sistema sociale è realmente evoluto solo quando garantisce accessibilità, dignità e pari opportunità a ogni persona, senza eccezioni. In questo scenario, il teatro educativo rappresenta un orizzonte concreto per costruire ambienti inclusivi, non retorici, capaci di accogliere fragilità, diversità e traiettorie di vita non lineari.
L’esperienza AEFT nasce esattamente qui: nella convinzione che la scena non sia un luogo per “performare”, ma uno spazio in cui ciascuno può esprimersi attraverso linguaggi differenti, senza dover aderire a modelli prestazionali o stereotipi abilisti.
Il teatro, quando è condotto con rigore pedagogico, diventa una struttura di sostegno: un territorio protetto dove la persona con disabilità può esplorare possibilità, rafforzare competenze, consolidare senso di presenza e sentirsi parte di una comunità.

L’inclusione non consiste nel “contenere” la fragilità, ma nel riconoscerne il valore.
Ogni partecipante porta con sé una mappa sensoriale, una modalità percettiva, una storia corporea. Il Formatore Teatrale – soprattutto quello formato secondo la metodologia AEFT – impara ad ascoltare queste mappe, a valorizzarle, a trasformarle in risorse narrative e relazionali. La disabilità non viene trattata come limite, ma come configurazione diversa del vivere.
I processi teatrali sono specialmente fertili per questo tipo di lavoro:
Le dinamiche corporee permettono di sperimentare movimenti adattati, ritmi personalizzati, forme di espressività alternative.
La voce diventa strumento di identità, anche quando è flebile, discontinua o atipica.
La narrazione consente alla persona di prendere parola sul proprio vissuto, spesso per la prima volta in modo non mediato.
Il gruppo si trasforma in una rete di sostegno, dove la cooperazione supera la competizione.
L’inclusione teatrale non è un’aggiunta opzionale all’interno AEFT: è una sua radice.
Negli anni, l’Associazione ha sviluppato corsi, linee guida e pratiche educative pensate per contesti ad alta vulnerabilità: laboratori per utenti con disabilità fisiche, intellettive o sensoriali; percorsi di teatro sociale; progetti di narrazione identitaria per persone con traumi, disturbi del neurosviluppo o fragilità cognitive.
Ogni formatore AEFT viene preparato a leggere la complessità, ad adattare metodologie, a modulare il setting, a utilizzare strumenti inclusivi e a sostenere dinamiche delicate con competenza, umanità e fermezza etica.
L’inclusione non è un “servizio”: è un modo di abitare la relazione.
Per questo, nei percorsi AEFT la persona non viene assimilata alla diagnosi, ma riconosciuta nella sua interezza.
Si lavora sulla potenzialità, non sulla mancanza; sulla presenza, non sulla mancanza di standard; sulla possibilità creativa, non sull’etichetta medica.
Celebrare il 3 dicembre significa ribadire un principio:
una società diventa realmente inclusiva quando smette di parlare “per” le persone con disabilità e inizia a costruire spazi in cui possano parlare “con” gli altri, da pari.
Il teatro, con la sua potenza simbolica e concreta, offre proprio questo:
un luogo in cui ogni corpo è autorizzato a esistere, ogni voce ha diritto di essere ascoltata, ogni esperienza può diventare conoscenza condivisa.
Ed è in questo impegno che AEFT continuerà a investire, formare, sperimentare e aprire nuovi orizzonti di partecipazione.
Perché l’inclusione non è un evento annuale: è una responsabilità quotidiana.
È il cuore della nostra pedagogia.
È la promessa che ci impegniamo a mantenere, ogni giorno.
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