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Chi forma il formatore teatrale? Una domanda ancora aperta

04-04-2026 16:02

Direttore - Daniel De Rosa

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Chi forma il formatore teatrale? Una domanda ancora aperta

Fare teatro non basta: la conduzione di un laboratorio richiede competenze specifiche, progettazione e responsabilità metodologica.

 

 

 

 

Fare teatro non basta: la conduzione di un laboratorio richiede competenze specifiche, progettazione e responsabilità metodologica.

 

 

 

 

 

Nel panorama attuale della formazione teatrale esiste una questione che viene raramente affrontata in modo diretto, e che tuttavia rappresenta uno dei nodi più rilevanti per chi opera nei contesti educativi: chi forma il formatore teatrale?

Il teatro è entrato in maniera sempre più significativa nelle scuole, nei progetti sociali, nei percorsi educativi. Viene richiesto come strumento espressivo, come dispositivo relazionale, come linguaggio capace di attivare dinamiche profonde. Questo processo ha aperto possibilità importanti, ma ha anche generato una zona grigia, spesso non riconosciuta.

Molti operatori conducono laboratori teatrali senza aver mai attraversato una formazione specifica sulla conduzione.

Hanno esperienza artistica, conoscono esercizi, possiedono sensibilità espressiva. In alcuni casi hanno alle spalle anni di lavoro sulla scena. Eppure, tutto questo non coincide automaticamente con la capacità di condurre un percorso teatrale in ambito educativo.

Qui si apre una distinzione che è necessario rendere esplicita.

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Fare teatro non significa saper formare attraverso il teatro.

Nel primo caso si lavora sulla costruzione della scena. Nel secondo si lavora sulle persone, sui processi, sulle dinamiche che emergono durante il lavoro. Sono due livelli diversi, che richiedono competenze diverse.

Il problema non è la mancanza di buona volontà o di passione. È una questione di struttura.

 

Nel contesto italiano, la figura del formatore teatrale non è ancora chiaramente definita. Non esistono standard condivisi, percorsi riconosciuti in modo univoco, linee guida diffuse. Questo produce una situazione paradossale: un ambito sempre più richiesto, ma ancora privo di una reale definizione professionale.  In questa assenza di riferimento, il rischio è duplice. Da un lato, si improvvisa. Si costruiscono laboratori sulla base dell’esperienza personale, replicando esercizi, adattando attività, procedendo per tentativi. Alcune cose funzionano, altre meno, ma manca una struttura di fondo. Dall’altro lato, si riduce il teatro a strumento. Viene utilizzato per raggiungere obiettivi esterni – motivare, coinvolgere, integrare – senza interrogarsi su cosa accade realmente durante il processo.

In entrambi i casi, ciò che viene meno è la consapevolezza metodologica.

Essere formatori teatrali non significa solo “saper fare attività”. Significa progettare esperienze. Significa sapere cosa si sta attivando quando si propone un esercizio. Significa riconoscere le dinamiche che emergono, leggere i segnali del gruppo, modulare il lavoro in base a ciò che accade. Significa, soprattutto, assumersi una responsabilità.

Il teatro, quando entra nei contesti educativi, non è neutro. Lavora sul corpo, sulla voce, sull’esposizione, sulla relazione. Può aprire spazi, ma può anche generare difficoltà. Può facilitare, ma anche mettere in crisi. Senza una competenza specifica, questi passaggi rischiano di non essere riconosciuti.

Per questo la formazione del formatore teatrale non può essere lasciata al caso. Non può essere affidata esclusivamente all’esperienza diretta. Non può essere costruita per accumulo di attività. Richiede un lavoro consapevole, strutturato, riflessivo. Richiede di interrogarsi non solo su cosa si fa, ma su come e perché lo si fa.

In questo senso, la formazione del formatore teatrale rappresenta oggi una delle sfide più importanti per chi si occupa di teatro educativo.

Non si tratta di creare nuove etichette o di definire ruoli in modo rigido, ma di costruire un terreno comune. Un linguaggio condiviso, una base metodologica, una direzione chiara. Senza questo passaggio, il rischio è che il teatro continui a essere utilizzato in modo frammentario, efficace nel breve termine, ma privo di una reale profondità. La domanda iniziale, allora, rimane aperta, ma diventa anche una responsabilità collettiva.

Chi forma il formatore teatrale?

Forse la risposta non è ancora definitiva. Ma è proprio da questa domanda che può iniziare una nuova consapevolezza.

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